Amore, ricordi e chiese capovolte
Era un canonico giorno afoso di luglio a San Giovanni
Valdarno.
I sanpietrini che ricoprivano la via centrale del paese erano così
bollenti che sopra si sarebbe potuto cuocere un uovo all'occhio di bue in pochi
secondi, e gli stendardi e le bandiere appese alle finestre delle case che si
affacciavano sul corso principale non si muovevano di un millimetro.
Il centro storico di questo piccolo paese
dell'entroterra toscano che ha dato i natali al pittore Masaccio sembrava
disabitato, poiché nessuno osava avventurarsi nelle vie più calde in un
pomeriggio del genere.
Gli unici coraggiosi non curanti di questi 38°
sembravano essere un gruppo di turisti, che dalla stazione ferroviaria si stava
dirigendo verso la Basilica di Santa Maria delle Grazie, passando da Corso
Italia.
Tra questi turisti, Mairi sembrava la più provata da
quel caldo infernale; a poco serviva il ventaglio con cui provava a far
circolare un minimo di aria attorno al suo volto, d'altronde essendo scozzese
non era certamente abituata a quel tipo di clima, anche se ormai erano mesi che
si trovava in Erasmus in Italia.
Mairi studiava storia dell'arte all'Università di
Edimburgo e stava svolgendo il suo ultimo anno del corso di studi; ci teneva
molto a fare un'esperienza in Italia dato che i suoi nonni materni
erano
toscani e ogni estate passava qualche mese di vacanza a casa con loro.
Voleva conoscere il cibo, la cultura e i bellissimi
paesaggi della Toscana, e proprio per questo aveva scelto l'Università di
Firenze per i suoi mesi di Erasmus, in modo da poter passare un po' di tempo
alla scoperta del territorio e approfondire le sue origini.
Dopo aver ammirato alla Galleria degli Uffizi dipinti
come la Venere di Botticelli, il doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero
della Francesca e altre magnifiche opere del Rinascimento fiorentino, per Mairi
era giunto il momento di prendere il treno e dirigersi alla scoperta di San
Giovanni Valdarno.
Si era così aggregata ad una comitiva di turisti che
aveva deciso di recarsi a San Giovanni per poter visitare gli altri musei
compresi nel biglietto della Galleria, ovvero il Museo delle Terre Nuove e il
Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie, comprendente una collezione
di opere appartenenti al Quattrocento fiorentino, tra cui l'Annunciazione del
Beato Angelico.
Il treno regionale delle 15:12 li stava aspettando al
binario 16 della stazione di Santa Maria Novella, la situazione era piuttosto
rovente a quell'ora del pomeriggio, ma l'aria condizionata all'interno del
regionale veloce avrebbe sicuramente ristorato le membra affaticate del gruppo
di turisti.
Mairi stremata dal caldo si mise a sedere su un sedile
accanto al finestrino, finalmente poté chiudere il suo ventaglio e riprendere
la lettura consigliatale da una studentessa di Lettere conosciuta lì,
all'Università di Firenze: "Le città invisibili", di Italo Calvino.
Il treno era pervaso da turisti, ma la mente di Mairi
era così presa dalla lettura e così provata dalla stanchezza che i 30 minuti di
viaggio volarono e per poco non si dimenticò di scendere alla sua fermata.
La stazione di San Giovanni si trovava quasi in pieno
centro storico e dal binario si poteva intravedere la cupola della basilica in
tutta la sua monumentalità.
Mairi, dicevamo, sembrava la più provata dall'afa,
mentre si dirigeva a piedi verso la basilica del paese con la guida turistica
che conduceva tutto il gruppo.
Arrivati in Piazza Masaccio, la guida si soffermò
davanti all'entrata della Basilica di Santa Maria delle Grazie: un ampio atrio,
dal quale si accede alla chiesa attraverso una doppia scalinata e la porta
centrale che dà accesso ad un'antica cappella su cui si erge la basilica
attuale.
Anna, la guida, invitò il gruppo ad attraversare sotto
il loggiato, oltrepassare l'atrio e salire su per la rampa di scale che portava
all'entrata della chiesa.
Improvvisamente l'aria si fece più frizzantina e Mairi
fu pervasa dai brividi, nonostante i 38° che fino a quel momento aveva
percepito sulla sua pelle.
Mairi fu subito colpita da un inusuale dettaglio: la
chiesa era capovolta.
L’altare si trovava infatti al lato opposto rispetto a
dove di solito si colloca.
Chiese quindi subito spiegazioni alla guida, che le disse che questa insolita disposizione era legata al motivo della fondazione di quel santuario:
"Nel '400, durante gli anni della peste, una
certa Monna Tancia rimase da sola con il nipote Lorenzo; i genitori erano
scomparsi a causa dell'epidemia e le nutrici erano irreperibili. Non sapendo
come nutrire il piccolo, disperata, si rivolse in preghiera ad un affresco
della Vergine posto sulla porta-torre di San Lorenzo.
Grazie alle preghiere rivolte alla Madonna delle
Grazie, l'anziana donna riuscì ad avere il latte dal suo seno e poté così
allattare il bambino personalmente.
La notizia del miracolo si diffuse velocemente e
sempre più fedeli si recavano in visita all'affresco della Vergine, tanto che
si arrivò al punto di provvedere alla costruzione di un tabernacolo ligneo per
proteggere l'immagine della Madonna e al collocamento di alcuni inginocchiatoi
al di fuori della porta."
La guida indicò il dipinto della Vergine, posto
proprio in alto sopra l'altare e illuminato da una luce al led.
La chiesa era abbastanza buia, c'erano solo alcune
luci qua e là ma la lampada che puntava sul dipinto della Madonna era
decisamente la più luminosa, come a voler evidenziare il punto più sacro di
tutta la chiesa.
La guida proseguì: "Nel 1484 iniziarono le
costruzioni per una cappella che comunque non bastò, dato che il numero dei
credenti in visita all'affresco aumentava; quindi si passò alla costruzione di
una vera e propria chiesa."
Ecco perché l'edificio risultava strutturato in un
piano rialzato con due rampe di scale di accesso laterali e l'altare maggiore
della Madonna si trovava sulla parete d'ingresso.
Il santuario con il tempo si arricchì di opere d'arte
e fu rappresentato e dipinto anche il miracolo di Monna Tancia.
Mairi ascoltava rapita il racconto del miracolo di
Monna Tancia in questa chiesa capovolta e, per qualche motivo, la sua mente e
il suo cuore furono inghiottiti in in un vortice fatto di ricordi e nostalgia
che la portò a pensare ai suoi nonni.
Le sembrava persino di cogliere una certa
somiglianza tra Monna Tancia e la sua nonna toscana, Rosa.
Quando era piccola, Mairi aveva sofferto la poca
presenza dei genitori che erano sempre impegnati durante i loro viaggi di
lavoro, ma d'estate, quando non andava a scuola, nonostante l'assenza dei suoi
genitori era felice perché poteva passare qualche mese dai suoi nonni materni,
nella campagna toscana.
I nonni, Duccio e Rosa, avevano una casa colonica
nella campagna del Chianti.
Quando Mairi era bambina, aiutava il nonno a prendersi
cura dell'orto: raccoglieva i pomodori quando erano maturi, piantava il
basilico, annaffiava i fiori, passava un sacco di tempo in giardino; quello
stesso giardino in cui il nonno le aveva insegnato ad andare in bici.
Quante volte era caduta prima di riuscire a pedalare
spensieratamente, e quante volte si era sbucciata le ginocchia in quel
vialetto.
Se chiudeva gli occhi, tutt'ora di quel giardino
poteva immaginarsi i colori e i profumi, il punto preciso dove crescevano le
ortensie, l'odore intenso della pianta di menta, il giallo vivo dei girasoli
piantati dalla nonna, il muretto dove il gatto Annibale frescheggiava all'ombra
di una siepe.
Tutti questi ricordi apparivano nitidi nella mente di
Mairi e sembravano così reali che aveva come l'impressione di sentire l'odore
della pomarola scoppiettante sul fuoco, quell'amato sugo fatto dalla nonna con
i pomodori dell'orto.
La casa dei nonni era sempre stata un porto sicuro, un
luogo in cui l'affetto e la gioia per le piccole cose non mancavano mai.
Tante cose erano cambiate nel corso degli anni e i
nonni purtroppo non c'erano più, quella casa e quel giardino ormai non erano
più abitati, ma ciò che loro le avevano lasciato valeva molto di più di un bene
materiale; ciò che le restava di loro sarebbe rimasto per sempre, anche se
tutto il resto intorno a lei continuava a cambiare.
Fu così che, mentre il corpo finalmente iniziava a
raffrescarsi in questa chiesa che le dava riparo dal caldo rovente, il suo
cuore pian piano si scaldava al pensiero dei suoi nonni, e una nostalgia mista
a felicità le inondava il ventre.
Era ora il momento di passare oltre, il museo della
basilica la aspettava.
Mairi, rimasta sola nella chiesa, gettò un ultimo
sguardo a Monna Tancia prima di raggiungere il gruppo.
“È proprio vero”, pensò “l’amore dei nonni è infinito e immutabile nel
tempo, ha il potere di scaldare il cuore. E di capovolgere le chiese.”
© Tutte le immagini sono di proprietà dell'autrice.
Riferimenti bibliografici:
F. Cardini, Breve storia di San Giovanni Valdarno,
Pacini editore, 2007











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