La città dei Sempre-Vivi
Prefazione
Vittorio, Gino, Ettore e Federigo vivono nel Cimitero del Laterino, a Siena. Hanno stretto un legame talmente profondo che, in nome della loro amicizia, hanno fondato la Compagnia dei Sempre-Vivi, consapevoli della loro essenza ultraterrena. Da poco ha iniziato a far visita ai quattro Andrea: egli è entrato ben presto nei loro cuori, tanto che hanno lasciato uno spazio per lui all’interno della Compagnia. Andrea non abita lì con loro, ma conosce bene la strada: sa arrivare in un baleno a Porta Laterina, da dove, poco dopo, il Cimitero già si intravede.
L’anima di Andrea è giovanissima e, si sa, da piccoli si ha una gran voglia di scherzare e divertirsi…
Estate: Vittorio Zani – “[…] basterà alzare gli occhi […] per poter ammirare il soffitto che dà maggior lustro e poesia a tutto il rione”.
È il 27 giugno e l’umidità e l’afa la fanno da padrone. Gino, Ettore e Federigo frescheggiano sdraiati sotto al Monumento Caselli, ormai diventato il loro punto fisso di ritrovo.
Non si vede ancóra, però, Vittorio: eppure oggi è la sua festa, sono cinquanta anni che la sua anima è (ri)nata. È sempre un bel giorno quello dei compleanni: significa cibo a volontà! Ecco a proposito che, in lontananza, si vedono arrivare Adele, la moglie di Vittorio, e i genitori Eugenia e Alfredo, che portano vassoi pieni di prelibatezze. Anche loro non sanno dove sia finito il festeggiato; strano, proprio lui che della Compagnia è il più goloso. Ma in lontananza si sente un rumore misto di zoccoli, grida e risate: sono Andrea e Vittorio, che stanno facendo il loro ingresso nel Cimitero. Il pittore grida ad Andrea di fare piano, ché lui a cavallo mica ci sa stare; e quello scalmanato invece ride, e ride ancóra, perché niente lo rende più felice che galoppare. Un attimo, cos’ha in mano Vittorio? È il Drappellone che ha dipinto per il Palio di agosto del 1922 e che ha vinto la Nobil Contrada del Bruco! Lo avrà sicuramente rubato – ehm, “preso in prestito” - Andrea, intrufolandosi in quel territorio che ben conosce. I due scendono dal cavallo; Vittorio è ancóra un po’ stordito dalla paura, ma felice come un bambino con in mano una delle sue creature più care. Che coincidenza! I Sempre-Vivi ormai lo hanno capito, Andrea sa lèggere loro nel pensiero: infatti, proprio ieri, sono riusciti a recuperare un pezzo di stoffa in seta rettangolare e dei colori. A Vittorio si illuminano gli occhi alla vista di quel regalo e sùbito, accovacciato sotto al Monumento, si mette a dipingere una sorta di Drappellone, proprio simile a quello che aveva realizzato quando era ancóra in vita: ma stavolta, invece del Duomo di Siena, disegna l’entrata del Cimitero, e al posto degli angeli raffigura loro cinque.2 Non appena stesa l’ultima pennellata, un applauso si alza dalla folla che nel frattempo si è radunata ad osservare la magia dell’artista. Vittorio, tutto fiero, si gira allora verso Andrea e gli dice: <<Se è vero che ancóra nella mia Contrada apprezzano i miei lavori, e se è vero che conosci a memoria la strada, porta questa stoffa in Salicotto.3 So che nessuno può vederla, ma mi rallegrerebbe saperla lì>>. Ha a malapena finito di pronunciare le ultime parole, che Andrea è già partito, senza salutare: e chi lo ferma, quando si è messo in testa una cosa! Nessuno sa quando tornerà, ma tutti sono sicuri che, presto o tardi, lo farà.
Autunno: Gino Tozzi – …e le genti che passeranno / mi diranno che bel fior.
È il 20 ottobre e oggi Gino compie cinquantotto anni. Il Monumento è interamente coperto di foglie cadute dagli alberi ormai spogli. Vittorio e il festeggiato approfittano di questo giaciglio autunnale per riposare un po’ dopo l’abbuffata del pranzo e per scambiarsi aneddoti di guerra. Vittorio racconta di quando, nel 1915, si ferì in battaglia a Udine, ma ebbe le forze, poco dopo, di rientrare a combattere fino alla stipula dell’armistizio avvenuta nel 1918. Per questa sua immensa costanza e determinazione, fu insignito della Croce al Merito di Guerra, di cui va ancóra estremamente fiero.
Anche a Gino, come ricorda spesso la moglie Silvana, venne riconosciuta un’onorificenza militare, per aver portato a compimento durante la Seconda Guerra Mondiale diverse operazioni di guerra presso la Valle Maira, arruolato nelle truppe partigiane.
E tante altre storie ci sarebbero da raccontare su quello che Vittorio e Gino hanno vissuto, quando d’un tratto le nuvole iniziano a rincorrersi nel cielo spinte da un vento improvviso, e un gran polverone si alza nell’aria: sta arrivando Andrea! Ecco infatti che, non appena ritorna la calma, lo si vede giungere dalla parte bassa del cimitero insieme a Federigo ed Ettore. Visibilmente sudati e affaticati, stanno portando dei pezzi di legno belli pesanti, mentre Silvana li segue reggendo tra le braccia un sacco di strumenti per intarsiare: la passione di Gino!
Non hanno nemmeno il tempo di posarli che il festeggiato si mette sùbito all’opera: taglia, leviga, taglia e leviga ancóra, e ancóra… et voilà! Un cavallo con tanto di briglie e spennacchiera. Vittorio ed Ettore se lo contendono, ma da dietro arriva Andrea, quatto quatto, che lo acchiappa e scappa via, lasciando i due litiganti a mani vuote. È il solito birbante!
Inverno: Ettore Bastianini – …Taci, e mia sarà la cura.
È il 25 gennaio, giorno del cinquantaseiesimo compleanno di Ettore, che già nei giorni scorsi ha ricevuto diverse visite dai suoi ammiratori. È mattina presto e i Sempre-Vivi stanno ancora dormendo, ma chi nel Cimitero è già sveglio riesce a sentire in lontananza qualcuno cantare, anche se un po’ stonato: “Taci, il piangere non vale… / Ch'ei mentiva sei sicura”.6 Gli intenditori di lirica lì presenti riconoscono sùbito che si tratta del quartetto del Rigoletto e non possono fare a meno di andare a svegliare Ettore.
E così, ancóra in dormiveglia ma con le orecchie ben aperte e con quella voce che, anche se flebile, rimane sempre la più bella al mondo,7 intona: “Taci, e mia sarà la cura / La vendetta d'affrettar”.8 Poi, continuando l’aria, si alza. Impossibile anche per gli altri della Compagnia restare a dormire e perdersi lo spettacolo, purtroppo raro, di Ettore che canta. Lo seguono allora alla ricerca della fonte di quel suono, così piacevole anche se disarmonico.
D’un tratto, appaiono davanti a loro Andrea, con in braccio un cane scodinzolante, e un’affascinante donna. Ettore scoppia immediatamente a piangere, e gli amici comprendono sùbito che sono lacrime di gioia e commozione, anche se non sanno chi c’è di fronte a loro. Andrea, con le fossette in viso di chi ha ottenuto ciò che desiderava, spiega loro che quello è Zabo, il pastore tedesco cui Ettore era tanto affezionato in vita, mentre quella bellissima donna è Diva, da cui ha avuto l’amato figlio Jago e dalla quale decise di separarsi non appena saputo della malattia, ma senza dirle il motivo.
<<Destino ha voluto, però, che Ettore sia passato a miglior vita proprio tra le braccia di lei. Perché se si ama, è impossibile non soffrire insieme>>.
E poiché purtroppo le cose belle sono sempre le prime a finire, mentre Ettore è impegnato in un abbraccio con Jago e Diva, le loro anime svaniscono nel nulla.
Anche Andrea non è più lì.
Primavera: Federigo Tozzi – Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi.
È il 21 marzo, inizio della primavera. Oggi, centotre anni fa, (ri)nasceva Federigo: il più introverso, il più tenebroso, il più taciturno, il più anziano ma allo stesso tempo il più protetto della Compagnia. E, a dirla tutta, anche il più dormiglione! I suoi amici, svegli ormai da un pezzo, lo stanno aspettando per festeggiarlo con una ricca colazione (proprio come piace a lui).
Ma ecco che, di punto in bianco, dal cielo iniziano a cadere gocce di acqua, grandi grandi e dolci dolci: paiono lacrime! Federigo, svegliatosi di colpo, corre fuori dalla sua casa; lui lo sa, lo sanno tutti ormai: se dal cielo sereno e limpido comincia a piovere, non può che esserci lo zampino di Andrea, quel furbacchione. E così, il festeggiato fa giusto in tempo a ricevere gli auguri dagli amici che l’ultimo arrivato della Compagnia fa la sua entrata al Cimitero alla guida di una Porsche. Ettore la riconosce sùbito: è la sua macchina, proprio quella che lo ha accompagnato per tutta Italia negli spostamenti da un teatro all’altro! Andrea è davvero in grado di riuscire nell’impossibile.
<<La riconosci?>>, gli chiede.
A Ettore non serve rispondere, i suoi occhi parlano da soli. Non fa in tempo a domandargli come diamine ha fatto, che sùbito Andrea si fa aiutare dagli altri Sempre-Vivi a svuotare la macchina: dentro sembra esserci roba bella pesante, ma cos’è? Una volta portato fuori tutto, Andrea spiega di aver “preso in prestito” (come al suo solito, insomma) delle targhe commemorative dal centro storico di Siena: per esempio, ce n’è una, apposta sulla casa natale di Federigo nel cinquantesimo anniversario dalla sua morte, che lo definisce romanziere tra i maggiori d’Italia. Che gioia negli occhi dello scrittore, e che fremito in tutto il corpo, alla vista di quell’onorificenza! E proprio nella sua città, che tanto aveva amato e odiato allo stesso tempo.
Ma c’è anche un’altra targa, che celebra Ettore nel venticinquesimo anniversario della sua morte, donata dalla Contrada della Pantera (la Sua contrada!) e apposta sulla casa in cui è nato; e un’altra ancóra: questa è la via intitolata a Ettore, proprio lì vicino. I due si abbracciano, e sono invasi anche dall’abbraccio di Gino e Vittorio, sempre pronti e contenti quando si tratta di partecipare alla felicità altrui.
Osservando l’ennesimo suo operato andato a buon fine, Andrea lascia i Sempre-Vivi a gioire, anche questa volta senza salutarli: ma in fondo, tanto, lo sanno che prima o poi ritornerà… no?
Epilogo
È il 17 maggio. Oggi Andrea compie due anni. Gli piacerebbe festeggiare con i suoi amici Sempre-Vivi, al Laterino: l’ultima volta che è andato a trovarli, meno di un mese fa, era alla guida di una Porsche, lo stesso modello con cui si è fregato in vita.
Oggi, però, è anche giorno di visite; allora è forse meglio restare a casa, a dare conforto a chi non si è scordato di lui.
Oggi, però, è anche giorno di visite; allora è forse meglio restare a casa, a dare conforto a chi non si è scordato di lui.
Perché, anche se non è più, eppure è àncóra, e sarà sempre, Andrea.
Foto by Margherita Bicchi










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